Un modo diverso di fare critica: intervista a Keiko Rivista

Keiko – Bedroom Comics Criticism è una rivista autoprodotta di critica fumettistica fondata da Paolo M. Toti e Matteo Caronna.
Con la recente uscita del numero 2, proponiamo un’intervista ai fondatori per parlare dell’attuale stato della critica in Italia e di tutte le riflessioni che ruotano attorno a questo argomento.

Andiamo subito nel vivo. In un mondo dove l’influencing sembra aver fagocitato qualsiasi opinione, cosa pensate definisca la critica di fumetto oggi?

Matteo: Al momento in Italia la critica del fumetto è una persona in arresto cardiaco che una manciata di disperati sta cercando di rianimare. O almeno, questo è quel che mi viene istintivamente da dire in risposta a questa domanda. Poi però mi fermo a pensare, mi guardo un attimo indietro e mi chiedo se non sia sempre stato così. La critica del fumetto in Italia è sempre stata poca cosa, qualche goccia in un mare di recensioni, notizie, agiografie e trend/format da social media spacciati per interviste. Tutte cose che possono avere (e hanno avuto) la loro dignità, ma che per quanto mi riguarda critica non sono (anche se le recensioni, ogni tanto, riescono a esserlo). La differenza tra passato e presente è che adesso l’influencing, e i social media in generale, si sono imposti come mezzo privilegiato per parlare di fumetto (ma anche di cinema o di letteratura), fino a monopolizzare l’attenzione del pubblico, generalista o specializzato che sia. E quindi se già prima era difficile far emergere una critica del fumetto, adesso sembra essere impossibile.
Il pubblico è ormai così distante dalla critica che il concetto stesso è diventato, in generale, piuttosto frainteso. Il critico per la persona media è quel tizio noioso, burbero, che ti dice cosa è bello (di solito poche cose) e cosa fa schifo (quasi tutto, ovviamente!), distinguendosi quindi dalla massa (ignorante! di bocca buona!) per i criteri affilati e spietati con cui giudica ciascuna opera. Ecco, per me fare critica non è questo nella maniera più assoluta.
Quel che dovrebbe fare un critico è infilare le mani nella materia viva di un’opera per cercare di capire come funziona, cosa l’ha resa così e come dare un senso a tutto questo. La critica è la ricerca di una verità poetica, implicita, all’interno di un’opera e la sua restituzione in una chiave prosaica, più esplicita, con la consapevolezza che è la nostra soggettività a plasmare questo processo, che durante questo processo non è possibile trovare nient’altro se non se stessi. Perché quando un’opera funziona, lo fa anche perché noi la facciamo funzionare; quando è possibile darle un senso, lo ha anche perché noi contribuiamo a darglielo; e così via. È un gioco da equilibristi quello del critico: si è in costante bilico tra la necessità di rimanere aderenti all’opera, di non allontanarsene, e la consapevolezza che l’opera in sé non esiste, esiste solo la percezione che ne abbiamo.
Tutto questo è abbastanza difficile da fare negli spazi offerti dai social media perché algoritmo, ritmi frenetici e limiti materiali ti remano contro (non so voi, ma ogni volta che mi è capitato di vedere o di dover fare io stesso un post su Instagram il cui testo è diviso tra descrizione e commenti mi viene voglia di buttarmi dalla finestra). E quindi, per tornare alla tua domanda iniziale, ecco cosa definisce (o dovrebbe definire) al giorno d’oggi la critica del fumetto: il suo resistere alla corrente. Il non farsi appiattire dalla frenesia di internet per non perdere ciò che la caratterizza quando è nella sua forma più riuscita. Anche cercare nuove forme di espressione, perché il punto non è rimanere uguali a se stessi o tornare al passato, ma non farsi dettare il futuro dalle tendenze del momento, non del tutto per lo meno (anche perché i social media e gli algoritmi che li governano sono in mano a multinazionali private, ma questo è un altro discorso).

Paolo: Come faceva notare Matteo, c’è questa sensazione che serpeggia sempre quando si parla di critica di qualsiasi genere: che il critico sia questo tizio che, in piedi sul suo piedistallo, giudica positivamente oppure no tramite categorie prestabilite o tramite canoni “oggettivi” il gusto di chi legge. Sinceramente penso che non ci sia nulla di più distante dalla critica. Non è un’aula di tribunale dove si condanna oppure si assolve. Penso che questa incomprensione sia nata perché più di qualche figura in questo micromondo abbia voluto assurgere al ruolo di giudice per poter fare il bello e il cattivo tempo giudicando alla bene e meglio il gusto degli altri, salendo su quel famoso piedistallo di cui sopra per un tornaconto personale. La critica per come la vedo io è sperimentazione, visione laterale, è tentare di osservare un fenomeno da un’angolazione non ancora esplorata per vedere se effettivamente può nascerne un qualcosa che possa essere convincente o quantomeno verosimile con le varie impressioni che anche altri fruitori di quell’opera possono aver avuto leggendola. Proprio perché nel contesto italiano la critica fumettistica non si è mai evoluta dal suo stato embrionale quasi ogni nuovo approccio è il benvenuto.

Costruire spazi alternativi per la critica, oggi, è di fondamentale importanza. Secondo voi, cosa serve per costruire un proprio spazio critico e dove si possono spingere i suoi limiti?

P: Personalmente quello che è servito a me è stato avere qualcuno con cui condividere questa esperienza. Sappiamo quanto la critica fumettistica in Italia sia di nicchia (e anche così dicendo sarebbe riduttivo) quindi non vivere in solitaria i momenti bassi e le difficoltà nel processo di creazione di questo spazio sicuramente ha avuto su di me una componente fondamentale. Per quanto riguarda i limiti che posso vedere, almeno nella nostra situazione, sono tutti di carattere materiale: la distribuzione, il costo di stampa e cose di questo genere. Altrimenti di limiti autoimposti ne vedo sinceramente pochi anche perché, proprio per i motivi che dicevo prima, essendo una nicchia non c’è uno standard o qualcuno a dirti cosa fare o non fare, sta tutto alla tua idea di come voler portare avanti il discorso che hai cominciato attraverso il tuo progetto.

M: Come accennava Paolo, è innanzitutto necessario qualcosa, che si tratti di un compagno di viaggio o di una scorza dura, per sopravvivere alla quiete che accompagna qualsiasi lavoro critico. Questo perché il primo scoglio quando si scrive di critica è il doversi confrontare con l’idea che probabilmente non ti leggerà quasi nessuno (e che anche quei pochi che ti leggono spesso lo fanno in silenzio, senza fartelo sapere). Nessuno di noi cerca la gloria, ma lavorare uno o più mesi su un articolo senza poi avere alcun tipo di riscontro può essere dura.
È importante poi avere la giusta apertura mentale e sensibilità da essere in grado di accogliere non solo metodologie di critica diverse dalla propria, ma anche scritti su opere di ogni tipo. Che non vuol dire che bisogna accettare di pubblicare qualsiasi cosa, ma piuttosto che bisogna avere degli standard abbastanza elastici da riuscire a valutare in maniera consona qualsiasi tipo di proposta. Una cosa che mi rende particolarmente fiero è, per esempio, la varietà dei fumetti trattati in questi primi numeri della rivista. Non c’è fumetto troppo mainstream o troppo underground per Keiko: se il taglio dell’articolo che ci viene proposto è interessante non ci facciamo nessun problema a pubblicarlo.
Altro elemento importante per costruire uno spazio di critica è l’essere in contatto con altri critici (o aspiranti tali). Purtroppo, gli spazi di critica e i critici in Italia sono molto pochi, e visto quanto internet è frammentato incrociarsi è anche molto difficile. Quindi guardarsi intorno, cercare attivamente il lavoro altrui e stringere contatti è fondamentale. Con la traduzione dell’articolo di Dylan Horrocks nell’ultimo numero abbiamo anche aperto la porta a collaborazioni internazionali sempre per questo motivo.
Sarebbe bello riuscire a costruire una rete di spazi critici e una comunità di critici. E magari riuscire ad avere uno spazio fisico, anche solo per qualche giorno l’anno…

Il sistema delle recensioni (una cascata di parole che non riesce a raccontare adeguatamente un libro, che è legata al momento in cui questo esce e poi sparisce e che deve porsi in concomitanza con altre recensioni passate e future) è chiaro che sia ormai tanto effimero quanto inefficace. Prediligere analisi specifiche su aspetti particolari è forse una delle possibili chiavi di svolta nella critica contemporanea. Cosa ne pensate a riguardo?

M: Quanto dici delle recensioni non solo è vero ora, ma lo era anche cent’anni fa. Cito Virginia Woolf: “Il critico rimane distinto dal recensore; la funzione del recensore è in parte quella di smistare la produzione contemporanea; di fare pubblicità allo scrittore; e di tenere informato il pubblico. […] Una volta diventate più agili, più brevi e più numerose, l’utilità delle recensioni è andata via via diminuendo finché non è scomparsa del tutto”. E lo scriveva molto prima dell’avvento di internet.
Penso ci siano tante strade possibili per rendere rilevante la critica contemporanea. Al centro di tutte queste ci deve essere quanto dicevo in risposta alla prima domanda, ovvero la ricerca di un senso. Il punto è quello di formulare un’interpretazione che arricchisca la nostra esperienza dell’opera e di riuscire poi a trasmetterla a chi ci legge. Solo in questo modo è possibile scrivere, o dire, qualcosa di significativo, di destinato a durare.

P: Paradossalmente vedo sempre meno recensioni e sempre più quarte di copertina e comunicati stampa spacciati come tali. Prima di essere un (aspirante) critico, io sono come tutti un lettore e spesso mi ritrovo dopo una lettura a volermi confrontare o voler anche semplicemente cercare qualcun altro che ha letto e scritto qualcosa a riguardo su quell’opera per confrontare le opinioni e le idee che mi sono fatto su di essa. Purtroppo, però, sempre più spesso navigando tra varie pagine e vari siti di informazioni è avvilente notare come quello che viene spacciato per articolo sia semplicemente un copia e incolla di post o strilloni provenienti direttamente dalle case editrici. Penso che difficilmente si possa fare ancora meno di così. Almeno una recensione aveva bisogno, se pur minimo, di tempo per essere pensata e scritta, ma ora con l’ossessione della velocità non c’è tempo neanche più spazio per queste ultime. Alla fine, credo che la soluzione sia andare in controtendenza netta con questo modus operandi e cercare di prendersi il proprio tempo per approfondire un punto, un’intuizione dalla quale si è colti durante la lettura, piuttosto che cercare di creare qualcosa che in poche righe voglia cercare di restituire come un Bignami le sensazioni che la lettura dell’opera può suscitare.

Fin dal numero 0, avete presentato una pluralità di voci e argomenti all’interno di Keiko – Bedroom Comics Criticism e adesso, arrivati al numero 2, la rivista si è già evoluta con articoli ibridi, fumetti e commenti ad altri articoli. Avete già in programma di sperimentare ulteriormente con i contenuti o preferite lasciarvi colpire di volta in volta dalle idee di chi scrive?

P: Fino ad ora abbiamo pianificato molto poco per quanto riguarda le sperimentazioni che vogliamo portare all’interno della rivista. Il fumetto/articolo di Lapisniger che c’è nel 2 è nato durante una presentazione del primo numero al Rathaus di Piacenza dove era lui stesso presente. Lorenzo Zanaboni, che ha contribuito al numero due, intervenne dicendo che sarebbe stato interessante vedere un articolo che fosse un fumetto e pezzo critico allo stesso tempo e l’idea ha intrigato sia noi sia i fumettisti presenti, Lapisniger incluso. A distanza di mesi, quando stavamo stilando l’indice del secondo numero, abbiamo deciso di scrivergli e chiedergli se avesse voglia di fare questo esperimento e lui ha accettato subito. Siamo veramente contenti del risultato finale. Comunque, anche se l’estetica della rivista si rifà senza nasconderlo a quella giapponese, a livello contenutistico era nostra premura cercare di non dimenticare ogni tipologia di fumetto e cercare di essere il più eterogenei possibili.

M: Ho delle idee di cosa mi piacerebbe vedere sulla rivista, ma per ciascuna di essa ci vuole la persona giusta e come dicevo prima i critici scarseggiano. In Italia si è spesso fatto critica attraverso l’autobiografia, ma raramente l’ho visto fare bene, e non sarebbe male avere un “buon esempio” di come si fa critica autobiografica su Keiko (uno l’hai pubblicato di recente tu qui su Scriptorium Comics, ovvero l’articolo su Jujutsu Kaisen di Curly). Stesso discorso per gli approcci più letterari allo scrivere di critica, anche questi spesso abusati ma raramente ben sfruttati. E poi mi piacerebbe vedere la critica ibridarsi con altre discipline come l’antropologia o la linguistica.

Il mio rapporto con la scrittura è abbastanza conflittuale ed è in continua evoluzione, alla ricerca come sono di una forma allo stesso tempo complessa e accessibile. Qual è il vostro rapporto con la scrittura critica? E come cercate di bilanciare i diversi approcci dei contributi in ogni numero?

M: Per me la scrittura è dolore, nel senso che ogni volta che mi metto a scrivere sento di star cercando di cavare sangue da una rapa. Ogni parola, ogni frase e ogni discorso che tiro fuori mi sembrano inadeguati, e l’unico processo creativo che conosco consiste nello sbattere la testa contro la tastiera finché alla fine qualcosa non viene fuori a forza. Come te, cerco di essere leggibile senza rinunciare ai discorsi complessi. In più provo a fare attenzione a questioni di ritmo e di stile nella speranza di scrivere almeno un paio di frasi che rimangano nella testa.
Il lavoro di editing che facciamo per la rivista è il più invisibile possibile. Mi è capitato di intervenire per aiutare un autore a esprimere in maniera più elegante un’idea o ad argomentare meglio la propria posizione, ma raramente ho ritoccato in maniera importante un testo altrui. Ovviamente mettiamo mano quando pensiamo che lo stile si potrebbe migliorare, ma per il resto evitiamo di intrometterci troppo, cercando così di far emergere la personalità di ciascun autore.

P: Qualche tempo fa io ero esattamente come Matteo, avevo bisogno nella mia testa di pensare all’articolo perfetto e poi di riuscire a scriverlo, finendo sempre miseramente per fallire rispetto all’idea che mi ero fatto. Da qualche tempo a questa parte ho cambiato completamente modo di pensare e di lavorare sia per quanto riguarda la scrittura di articoli critici sia di sceneggiature di fumetti o libri per l’infanzia. Cercare di eliminare l’errore è impossibile e mi sembra un dispendio di energie inutili. Già il semplice scrivere un articolo critico è un atto abbastanza dispendioso che richiede un grande sforzo e per questo preferisco concentrarmi sulla buona riuscita in sé dell’articolo piuttosto che mettermi a lottare con l’idea che mi ero fatto nella testa. Sapendo già di sbagliare o di doverci rimettere mano in un secondo momento, l’ansia e la pressione (quasi del tutto scatenate da me stesso più che dall’esterno) hanno smesso di assillarmi. Per citare un bellissimo concetto dell’articolo-fumetto di Lapisniger che abbiamo pubblicato su Keiko 2 quando scrivo ora ho “…il panismo del foglio bianco, il contrario del panico da foglio bianco. Una sensazione catturante che ti porta mille idee scatenate dalla visione di uno spazio vuoto e delle sue possibilità…”.

L’immaginario della cameretta è secondo me fortissimo, perché slega immediatamente la rivista da qualsiasi circuito mainstream e, allo stesso tempo, riesce a comunicare subito che si tratta di un progetto indipendente. Inoltre, in qualche modo, risemantizza la cameretta: da gabbia a fortezza. Il vostro vissuto ha influito sull’utilizzare questo immaginario come sostrato della rivista? Se sì, come?

P: Se non ricordo male questa idea venne a Matteo. La rivista si doveva chiamare inizialmente “Pillow” in onore della band The Pillows che ha composto la colonna sonora di FLCL e che stavamo ascoltando mentre eravamo in macchina nel viaggio verso il Napoli Comicon in cui è nata l’idea di Keiko. Quello che volevamo trasmettere era quiete, pausa, trovare un momento per se stessi. Sinceramente quello che ci infastidiva di più era la velocità con la quale si doveva parlare (e di come si parla tutt’ora) di un determinato fumetto o tema finché è caldo mettendolo in soffitta il secondo dopo che qualcosa di più “fresco” è venuto fuori. La nostra idea di base era dare un taglio diverso all’approfondimento critico che ci circondava privilegiando un approccio meno mordi e fuggi. La cameretta è stata spesso e volentieri il luogo di pace nel quale sognare e pensare a se stessi dopo una lunga giornata. Per chi è fortunato quella stanza poi si tramuta in uno studio personale, ma la sostanza rimane quella. Per noi Keiko è sempre stato uno spazio dove, sia articolisti sia lettori, possono trovare un rifugio per dare libero sfogo alle proprie indoli e passioni.

M: C’è uno sfasamento temporale tra la mia vita e il mondo del fumetto. Mi piace il fumetto popolare e sono interessato ai fenomeni che si avvicendano negli anni, ma non sono mai sincronizzato con quanto sta succedendo nel presente. Sin dagli inizi la mia passione si è articolata in periodi di studio su un argomento specifico, voglie passeggere, scorpacciate e momenti di indigestione, e raramente sono stato dietro ai “fumetti del momento”(lo faccio solo per alcuni autori che amo). Ho sempre quindi avvertito un certo grado di isolamento rispetto al mondo del fumetto. Non mi è mai dispiaciuta come cosa, quindi per me l’utilizzo della parola “bedroom” nel titolo della rivista aveva anche lo scopo di evocare questa mia condizione ed elevarla a manifesto programmatico. Non a caso, non chiediamo mai a nessun autore di trattare l’argomento del momento perché non è questo che ci interessa fare (se poi vogliono farlo di loro iniziativa, ben venga).
L’altra valenza riguarda le pretese. La parola cameretta/bedroom l’abbiamo ripresa dalla definizione “musica da cameretta”, e l’idea era di esprimere un’assenza di pretese dietro la rivista. Non mi piace l’attitudine aggressiva di molti progetti indipendenti, non volevamo dare l’impressione che stessimo salendo in cattedra per dare una lezione agli altri o per ribellarci allo stato delle cose. È vero, spesso quando parlo di critica del fumetto in Italia sono molto caustico (e le mie risposte in questa intervista ne sono una prova), ma il progetto dietro Keiko è animato unicamente dal desiderio di aprire uno spazio per il tipo di scritti che abbiamo sempre sognato di leggere e per giocare un po’ con il mondo dell’editoria, tutto qua.

Keiko, come avete anche scritto nel manifesto, si colloca fuori dal tempo sia per il contesto che per le modalità, ma in questa sua particolare prospettiva fotografa un momento del fumetto (e della critica sul fumetto) in Italia e, contemporaneamente, con i vari numeri sembra sottolineare i sommovimenti e i mutamenti che lo agitano. Vedendola in prospettiva dopo più di un anno e mezzo di lavori, avete anche voi questa impressione?

M: Difficile da dire. Sicuramente c’è una tendenza che sono riuscito a mettere a fuoco lavorando a Keiko: ovvero che in Italia scrivere in maniera approfondita di fumetto è appannaggio quasi esclusivo delle persone che vengono da ambiti accademici. La maggioranza degli articoli che abbiamo pubblicato ha un taglio smaccatamente accademico, e solo con l’andare avanti dei numeri abbiamo iniziato a trovare un equilibrio tra il critico e l’accademico. Questo secondo me dice qualcosa di importante sulla mancanza di un discorso critico attorno al fumetto, in Italia e all’estero.
Parlando nello specifico dei contenuti degli articoli, forse un piccolo percorso interessante che stiamo portando avanti numero dopo numero è quello attorno all’editoria del manga d’autore in Italia. In tempi recenti c’è stato l’ennesimo boom del manga, e nel corso di questi primi numeri abbiamo intervistato le figure dietro alcune delle collane più celebrate degli ultimi anni, creando per una volta una traccia di quanto sta succedendo con queste pubblicazioni. E di questo ne andiamo abbastanza fieri, soprattutto perché si tratta di interviste piuttosto lunghe e articolate.

P: Per quanto a volte si possa anche sognare di non essere toccati dal contesto e dal tempo in cui si vive, è solo una pia illusione e alla fine tocca fare i conti con la realtà. Per me quel “collocarsi fuori dal tempo” è visto in ottica futura, ovvero sperare che quel che stiamo scrivendo adesso, compresa questa intervista, possa restituire più che un momento specifico del mondo del fumetto le voci che ne fanno parte. Se hai notato che nel corso dei numeri di Keiko si è cercato di coprire e di mostrare i vari movimenti che si formano e che si consolidano questo è merito dei vari articolisti chiamati che a quanto pare lo ritenevano necessario. Non c’era intenzionalità da parte nostra. L’unica cosa che spesso ci imponiamo di fare è di rendere la rivista il più eterogenea possibile senza lasciare nessuna tipologia di fumetto indietro. Non sempre ci riusciamo, ma l’obiettivo è quello.

Come scegliete gli artisti da abbinare a ogni articolo? Immagino ci sia un costante lavoro di ricerca online e offline.

P: Io mando costantemente profili di artisti vari a Matteo per proporglieli sia in veste di copertinista sia per quello di illustratore interno. Abbiamo sicuramente una lista più lunga di fumettisti in mente rispetto a quella di vari articolisti per i numeri futuri. Per quanto riguarda gli abbinamenti il più delle volte cerchiamo degli illustratori che possano sposarsi bene con quello di cui si parlerà nell’articolo, ma se questo non è possibile viriamo volutamente su qualcuno il più lontano possibile dal tema trattato per vedere cosa ne esce fuori. Un esempio eclatante è stato sicuramente Ser Togni che abbiamo chiamato come illustratore per l’articolo di Matteo su Devilman e Kamen Rider. Eravamo veramente curiosi di vedere cosa ne sarebbe venuto fuori (ride).

M: Sulla scelta degli artisti la rivista deve tutto a Paolo, che rispetto a me è molto più in contatto con il mondo dell’autoproduzione e dell’illustrazione in Italia e che quindi ha sempre nuovi nomi da proporre. Se non ricordo male, l’unico artista che ho scovato io è stato Fabio Malpelo (copertinista del numero 1). Io mi occupo molto di più di interfacciarmi con chi lavora alle copertine, la cui estetica ci sta molto a cuore. La filosofia dietro la direzione artistica di Keiko è quella di lasciare quasi totalmente carta bianca per le illustrazioni interne e di dare invece indicazioni molto precise per le copertine, che sono il frutto di un continuo botta e risposta con il povero artista di turno che si deve sorbire le mie indicazioni assurde. Vedere nascere queste copertine penso sia una delle parti più divertenti del nostro “lavoro” per Keiko, e i risultati finali ci danno sempre grandi soddisfazioni, sia dal punto di vista del nostro apprezzamento personale sia da quello della risposta dal pubblico, da cui arrivano sempre molti complimenti.

Un’ultima domanda di rito: il futuro di Keiko? State già lavorando sul numero 3? Avete altri progetti relativi al fumetto e paralleli alla rivista che volete portare avanti nei prossimi mesi?

M: Keiko n. 3 e n. 4 sono già in cantiere, sempre con i nostri tempi molto lunghi, e se tutto va bene conterranno articoli di diversi nomi nuovi per la rivista. Non so se ci sarà un mio scritto su questi numeri (forse un reportage fotografico?), ma nel frattempo sto iniziando a lavorare, assieme a un’altra persona, alla prima intervista “internazionale” di Keiko; quindi, in qualche modo il mio nome nell’indice apparirà. Ci sarebbe poi un’idea per uno “spin-off” di Keiko su cui Paolo e io fantastichiamo spesso, ma forse i tempi non sono ancora maturi.

P: Sembra una frase fatta, ma il futuro di Keiko è in mano ai lettori. Finché ci sarà interesse concreto andremo avanti. Per quest’anno ci siamo dati come obiettivo di essere presenti in più fiere e fare più presentazioni possibili per portare in più parti d’Italia il numero 2 che è uscito a gennaio e il numero 3 che è in lavorazione e che se tutto va bene vedrà la luce a fine giugno.


Rispondi

Scopri di più da Scriptorium Comics

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere