Tohl Narita (1929-2002) è stato un artista unico nel panorama giapponese. Ancora oggi, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, non ha ancora ricevuto un maggiore riconoscimento artistico come i coevi Noriyoshi Ohrai (1935-2015) o Kiyoshi Awazu (1929-2009), ma è stato fondamentale nell’influenza di diverse generazioni di artisti nei più disparati campi, dall’illustrazione al cinema, dal fumetto al modellismo.
Narita, dopo gli studi in pittura e scultura, entra prima nella Tōhō, lavorando ad alcuni film su Godzilla nel campo degli effetti speciali, in seguito nella Tōei e poi per la Tsuburaya Production, creando alcuni character design leggendari per alieni e mostri delle serie televisive Ultra Q, Ultraman e Ultraseven.
I chara design di Narita, realizzati non soltanto con carta, matita e acquerelli in piccolo formato, ma anche con acrilici e olio in medio e grande formato, esprimono una forte umanità connotata da un’aura mistica a tratti cupa, a tratti epica. Questa natura intrinsecamente umana degli alieni e dei mostri da lui rappresentati, certamente necessaria nel contesto produttivo in cui l’artista era inserito, è comunque percepibile nei suoi primi lavori pittorici – ispirati chiaramente alla pittura europea – e trova compimento proprio in Ultra Q e Ultraman.
Le sue sculture, che conservano le medesime caratteristiche e le cristallizzano in fibra di vetro, alluminio o plastilina, trasportano nella realtà le dimensioni immaginifiche di Narita e dimostrano tanto un’influenza europea classica quanto una tensione verso le avanguardie novecentesche e, più precisamente, verso la fortunata stagione dell’arte giapponese sperimentale degli anni Sessanta (non è un caso infatti che Narita abbia collaborato con Tarō Okamoto per la leggendaria Torre del Sole dell’Expo 70 di Osaka, progettando l’Albero della Vita collocato al suo interno).
Di seguito potete leggere un’intervista-dialogo con Danilo Manzi, illustratore e fumettista italiano, che è stato fortemente influenzato da Tohl Narita per il suo lavoro Strane Bestie (In Your Face Comix, 2024), a testimonianza non solo della pervasività dell’immaginario dell’autore giapponese, ma anche di quanto, con la giusta sensibilità, si possa elaborare e rendere personali gli elementi più disparati.

Come sei venuto a conoscenza del lavoro di Tohl Narita e cosa hai provato mentre vedevi per la prima volta le sue illustrazioni?
Non ricordo l’ordine degli eventi ma ci sono stati tre canali che mi hanno attirato a Tohl Narita. Con Matteo Caronna di Terre Illustrate per un periodo abbiamo mandato avanti un format (Giovedì Tokusatsu) sul suo canale Twitch in cui guardavamo film o episodi di serie tokusatsu. Spesso Ultraman era protagonista di queste serate. Inoltre sono un grande fan di Hideaki Anno e tra i vari capitoli della sua trilogia live action c’era anche Shin Ultraman (non diretto da Anno stesso ma dal suo collaboratore storico Shinji Iguchi) e per il re-design dell’eroico alieno hanno utilizzato come base di partenza il dipinto a olio che Tohl Narita ha realizzato come concept art per l’Ultraman originale. Già da quel dipinto ho percepito una certa atmosfera perturbante. Mi è sembrato vicino ad alcune avanguardie storiche artistiche (e precursori) stranianti e che m’interessano. Poi seguo un profilo Instagram, Japaneseavantgardebooks, spesso lì sono stati mostrati e venduti artbook meravigliosi e metafisici di Narita e sono rimasto incantato dai suoi kaiju.
Narita, in Europa, è un’artista ancora poco conosciuto rispetto ad altri illustratori giapponesi di quella generazione, almeno al di fuori di una stretta nicchia di appassionati. Secondo te per quale motivo?
Questo penso sia dovuto allo snobismo che noi occidentali abbiamo avuto per i prodotti della cultura pop giapponesi (esclusi anime e manga). Molti preferiscono avere una visione superficiale della loro volontà di rappresentare l’incomprensibile e l’alieno. Questo vale per i kaiju movie, per i tokusatsu e anche per i j-horror. Non è un caso che questi tre generi vengano presi e stravolti spesso in America per creare prodotti più banali e confortanti.

Le creature di Narita, per quanto siano mostruose, mantengono un tocco di umanità davvero spiccato, anche nel senso di movimento che gli dona. I tuoi protagonisti presentano la stessa qualità. Quanto ti ha ispirato il lavoro di Narita a livello di character design per Strane Bestie e come sei riuscito a fare tue, e rendere personali, certe caratteristiche delle sue illustrazioni?
I kaiju di Narita sono nati per trasformarsi in costumi di gommapiuma che poi venivano indossati da attori umani, di conseguenza l’umanità che si percepisce è per certi versi un’esigenza probabilmente. Questa umanità è percepibile anche in altri prodotti non nipponici che adoro: mi vengono in mente i costumi degli skeksis e degli UrRu di Dark Crystal (film di Jim Henson degli anni Ottanta e serie prequel di Netflix). I miei scianaigiani invece, più che dei kaiju, direi che sono dei kaijin, ovvero dei kaiju antropomorfi come quelli di Kamen Rider, ma avevo sempre davanti a me gli artbook di Narita per creare i design dei personaggi, e una wiki di Ultraman aperta su una scheda. I kaiju di Narita sono dei mostri che usano degli umani come scheletri, la parte umana è quella che ci fa avvicinare a loro emotivamente, mentre gli elementi mostruosi li riconosciamo come alieni. Gli scianaigiani invece sono esseri umani truccati da mostri. Esteticamente ho cercato di rendere ancor più repellente di protuberanze e squame le espressioni e i gesti dei personaggi, ho premuto l’accelleratore del realismo di alcuni elementi che di solito vengono ignorati.
Come dicevamo, in Strane Bestie i protagonisti sono mostri umanoidi in stile tokusatsu. A livello narrativo, questa scelta mi ha dato l’impressione di essere, da un lato, un modo per distanziarli (e distanziare di conseguenza le loro azioni e le loro esperienze) dal lettore; dall’altro, ovviamente, per rinforzare uno dei temi cardine della storia, che poi è la chiave di volta sul finale. Come hai lavorato per scrivere questi personaggi?
Il mio processo creativo è volto a controllare un caos di impulsi e pensieri che mi frullano in testa in un certo periodo di tempo. Tutto è nato da tre spunti fondamentali: 1) “A (nome della città) accadono diverse stranezze, ma quando cala la notte è come se non fosse successo nulla”. 2) In questa città tutti sono kaijin, ma tutti si comportano come se non lo fossero. Il fatto che lo siano è irrilevante narrativamente e rilevante solo da un punto di vista tematico. 3) Strane Bestie tratta di cronaca nera e alla fine deve esserci quella scelta estetica che rivela l’umanità nascosta di questi kaijin, ponendola sotto una luce negativa però (uff, difficile non fare spoiler). La costruzione dei personaggi paradossalmente è nata tardi nel processo. I singoli flashback sui personaggi sono le ultime aggiunte che ho creato all’interno della storia. Dopo il soggetto e il trattamento sono andato a sceneggiare il primo capitolo, poi l’ho disegnato, poi ho sceneggiato il secondo e così via. Quando sceneggio un capitolo, ho in testa di farlo funzionare più o meno come un racconto a sé, quindi in fase di pre-scrittura ho in mente gli snodi principali. Mi lascio però ampio margine di pagine per raccontarli. Questo mi permette di giocare sui gesti, le espressioni e le battute. Il mio scopo è renderli naturali, quindi la sceneggiatura è piena di micro improvvisate, conversazioni che non portano a nulla, gesti fraintendibili e goffi, espressioni confuse. Il fatto che i personaggi abbiano tratti mostruosi deve confortare il lettore. Siamo in una storia, nella realtà le persone non hanno questo aspetto. Tuttavia, il resto doveva possedere un’umanità fin troppo concreta. Quando sarebbe arrivato il momento avrei tolto da sotto i piedi il tappeto della narrazione, ovvero il lato fintamente mostruoso dei personaggi. La visione del mondo di Andrea che conosciamo nel suo flashback con i fratellini penso sia la summa di questo percorso. Questo personaggio crede che l’empatia non esista perché non l’ha mai sperimentata, di conseguenza si auto convince che sia un concetto placebo nato nei racconti e che questi racconti servono a farci vivere meglio. Penso che persone problematiche come Andrea possano davvero arrivare a formulare pensieri di questo tipo.

I mostri umanoidi hanno sempre fatto parte del tuo immaginario e delle tue opere. Da dove nasce questa fascinazione e come si è sviluppata negli anni?
Sono sempre stato affascinato dal grottesco e dal body horror. La mie ossessione in giovane età era South Park, e adoravo i film horror di Italia Uno. Ad 11 anni poi ho scoperto Yu Yu Hakusho su La7. In YuYu c’era un mix di influenze assurde. C’era l’eroguro, c’era lo shōjo, c’era Garo, c’era Dragon Ball e soprattutto c’era l’estetica gigeriana, il body horror che di conseguenza porta ai mostri umanoidi. Il potere del fratello maggiore Toguro direi che è quello che più mi ha colpito in questo senso, adoro i poteri mutaforma. Amo la repulsione in generale, forse perché da ragazzino a volte mi sentivo respinto anche io, in quanto weirdo che disegnava i Pokemon sotto il banco di scuola mentre gli amichetti erano già passati ad altri interessi. Da YuYu potrei dire che ho cominciato a capire seriamente quello che mi piace perché mi piace. Da lì è stato tutto più semplice. In prima liceo vedo Donnie Darko grazie a mio fratello maggiore. Leggo un’intervista al regista e scopro Lynch. Guardo Lynch. Ci sono tante cose che mi piacciono, tra le varie l’orribile neonato di Eraserhead e così via. Mi piacciono i film che abbondano di mostri umanoidi ed effetti speciali artigianali. Senza contare poi i fumetti, ogni volta c’è un Il Destino di Kakugo, un Kamen Rider ZO, un Last Man di Egawa da scoprire e da cui rimanere affascinati.
Strane Bestie è un lavoro che, a livello concettuale, si colloca davvero molto vicino al Giappone. Dal mio punto di vista, è più vicino a certe cose di Shūzō Oshimi che a molto fumetto italiano. Allo stesso tempo è intriso di quella freddezza di racconto e situazioni del cinema europeo (Haneke, Chabrol, Vinterberg) che puntano, a poco a poco, a spezzare lo spirito di chi guarda. Come sei riuscito a mischiare queste due anime?
Siamo tutti diversi in quanto esseri umani, ma se un racconto ti prende vuol dire che c’è un legame tra te e l’autore. Spesso mi capita di rimanere affascinato da opere di due autori con stili apparentemente distanti per poi scoprire che sono fan l’uno dell’altro e che si rispettano a vicenda. Io leggo, guardo film e serie per trovare persone come me, anche dall’altra parte del mondo. Scrivo e disegno per lo stesso motivo. Non è un caso che tu ci abbia visto Shūzō Oshimi nei miei lavori, essendo l’autore giapponese contemporaneo che più m’interessa attualmente. Il suo Tracce di Sangue penso sia uno dei fumetti più belli che abbia mai letto. Lo stesso si può dire del cinema europeo, con il prossimo fumetto si intravedrà ancora di più (si potrà notare molto Dogma 95). Penso siano due mondi non così distanti. Shūzō Oshimi in un volume de I fiori del male si mette a parlare di un film francese tremendo ma stupendo, E non liberarci dal male, che io ho visto di recente, e anche lì ho notato qualche piccolo aggancio al mio Strane Bestie. Mi piace pensare che siamo spiriti affini, ci attraiamo e ci influenziamo. Non so quale sia il segreto, banalmente se ci si lascia trasportare dal proprio spirito dopo averlo nutrito consapevolmente di una moltitudine di immagini e stimoli verrà fuori naturalmente il proprio stile. “Dovete mangiare pane e immagini” diceva il mio professore di pittura al liceo ed è un consiglio che ho sempre preso molto seriamente. Aggiungo, sperando di non sembrare troppo polemico, che per quanto mi riguarda cerco sempre la sincerità. Analizzo quello che mi piace non perché voglio trovare chissà quale formula del successo, lo faccio perché quella cosa mi piace e voglio trasmetterla ad altri che possono apprezzarla come la apprezzo io. Nessuno studio statistico, analisi di mercato ecc. Quel genere di approccio lo comprendo, ma non lo condivido affatto.
Traduttore dal giapponese e ricercatore indipendente. Ha tradotto e traduce per Coconino Press, In Your Face Comix, Musubi Edizioni, Canicola Edizioni e Atmosphere Libri. Si occupa prevalentemente di critica fumettistica e cinematografica e ha scritto per diverse pubblicazioni cartacee e online (Manga Academica, Lo Spazio Bianco, L’indiscreto, Asian Feast tra le altre). Per Weird Books ha pubblicato il libro “Punk e cyberpunk nel cinema giapponese. Visioni ibride di carne e metallo” (2024).

Rispondi