Ricordi e riflessioni serali su Jujutsu Kaisen

Quella che sto per fare è una riflessione che vuole mettere in evidenza il lato ottuso e poco produttivo legato alle valutazioni da “incasellamento”.
Mi sono avvicinato per la prima volta a Jujutsu Kaisen nel 2022, parlandone svogliatamente con Matteo Caronna (Terre Illustrate, Keiko – Bedroom Comics Criticism), che in quel periodo lo stava recuperando la serie animata spinto solo dalla voglia di aggiornamento sulle tendenze del periodo. Iniziai a vedere la serie a mia volta giusto per vedere cosa fosse questo fenomeno del momento, che conoscevo principalmente per l’asfissiante presenza dei tatuaggi di Sukuna nei filtri Instagram e per le opinioni che giravano nei gruppi di cui facevo parte.

Il parere principalmente diffuso la descriveva come un’opera pigra e poco originale, che viveva di citazioni didascaliche e situazioni narrative già viste in decine di altri fumetti. Ricordo ancora che, a conferma di questo sentire comune, si erano diffusi una serie di link a blog e pagine Reddit in cui si mostrava come le citazioni di Gege Akutami – banali e mai strutturate – fossero, se non dei veri e propri plagi, degli indici di scarsa originalità. Chiaramente la stessa dinamica citazionistica, invece, veniva esaltata e incensata nel caso di autori coetanei di Akutami, che però avevano la fortuna di essere stati già riconosciuti come giovani geni – si pensi a Tatsuki Fujimoto. Non nego che una delle ragioni per cui mi sono avvicinato alla serie animata la prima volta fosse proprio la ricerca di un’opera da denigrare, per confermare le opinioni che sentivo risuonare in persone che ritengo stimabili per i loro gusti. Con queste premesse, l’opera non poteva non darmi proprio ciò che cercavo.

Approcciando Jujutsu Kaisen mi sono trovato di fronte a un’opera banale e decisamente troppo acerba, figlia di un autore che si è formato poco e sui modelli artistici sbagliati. Il design delle maledizioni era goffo e poco ispirato a differenza del – al solito – geniale lavoro di Fujimoto. I personaggi erano piatti e con poco cuore; quelle frasi ambigue, quei sentimenti oscuri che Akutami cercava ridicolmente di veicolare mascheravano una riflessione assente da parte dell’autore sul loro animo – o in generale sui sentimenti umani. Allo stesso modo anche le dinamiche narrative sembravano davvero troppo noiose: una ripetizione di scene e di stereotipi che chiunque avesse letto qualche fumetto per ragazzi avrebbe trovato stantie.

In più, anche dal punto tematico, Jujutsu Kaisen sembrava non avere una vera e propria coesione: quello che mi ritrovavo a fruire era una mistura confusionaria, senza arte né parte. L’opera, in sostanza, mi appariva come un lavoro vuoto e senza il minimo interesse estetico o concettuale; una esuvia che, però, non era il prodotto di alcuna metamorfosi, uno scarto senza cuore che sembrava essersi generato dal marasma e dagli stereotipi del fumetto per ragazzi giapponese contemporaneo. Ricordo che dell’anime non arrivai nemmeno alla fine della prima stagione, ma mi fermai all’episodio 18 o 19, tanto era il fastidio che provavo per la serie. Chiaramente, se la serie animata era così tremenda, ancora peggio doveva essere il fumetto, che mostrava uno stile ancora più sciatto e poco ispirato della sua narrazione.

Per un anno e mezzo, quindi, mi allontanai del tutto dalla serie catalogandola come un lavoro incomprensibile, niente di più se non un modo nuovo per i poser del mondo del manga per esibire dei ninnoli e dei gadget utili per il riconoscimento tribale oppure l’ennesima occasione per i monomaniaci della palestra di identificare le loro nevrosi muscolari in un personaggio di finzione con funzione di rappresentanza. In realtà, ora ho un’opinione totalmente diversa sul lato comunitario legato alla fruizione di prodotti di finzione e probabilmente il mio successivo riavvicinamento a Jujutsu Kaisen è stato un ingrediente per sviluppare questa nuova sensibilità.

Tale riavvicinamento è avvenuto a dicembre 2023, mentre l’arco dell’incidente di Shibuya era ancora in corso. Il motivo per questa seconda chance era passata, banalmente, da una discussione con amici sulla seconda opening della seconda stagione – la leggendaria Specialz dei King Gnu; parlandone e vedendo la sigla rimasi stregato da alcuni momenti che denotavano, quantomeno, una certa ricercatezza stilistica e progettuale da parte del gruppo Mappa, che è tuttora dietro la serie animata. Così iniziai la seconda stagione senza aver neppure finito la prima, senza neppure ricordarmi i nomi dei personaggi o le loro biografie. Fortuna volle che la seconda stagione iniziasse con una storia a sé stante, che poteva anche essere vista in modo indipendente dalla narrazione principale. In ogni caso i primi episodi non mi convinsero particolarmente. Nonostante notassi una maggiore cura nell’estetica complessiva dell’opera, i problemi che avevo già osservato continuavano a martellare i miei pensieri. In soldoni, mi pareva comunque di trovarmi di fronte a un prodotto banale e poco costruito come quello che avevo visto l’anno precedente, seppur non potessi non notare un generale abbellimento e una maggiore ricerca stilistica.

In realtà questo stato d’animo continuava a essere costante anche durante gli episodi successivi, che coprono l’arco dell’incidente di Shibuya, seppur con qualche picco come il raffinato scontro tra Yuji e Choso nei bagni della metropolitana. Il punto di svolta è arrivato negli episodi finali della stagione. Nello specifico, mi riferisco a due momenti particolari, strettamente connessi a livello temporale.

Il primo di questi momenti è successivo alla morte di Nanami – personaggio che ha, stereotipicamente la funzione di mentore per il protagonista della storia – da parte di del crudele Mahito. Yuji – il protagonista della storia, psicologicamente e fisicamente distrutto dagli eventi avvenuti nella notte di Halloween a Shibuya, si trova comunque costretto a combattere contro la sua nemesi, Mahito, seppur non abbia più alcun motivo rimanente per opporsi contro di lui; al contrario, morire sembra quasi un modo per far terminare una volta per tutte quelle infinite fatiche. Proprio nel momento peggiore, però, Nobara – compagna di Yuji che combatte usando tecniche che hanno effetti a distanza – riesce a ferire Mahito con i suoi poteri, che Yuji riconosce istantaneamente. Il fatto che Yuji riconosca che Nobara è sopravvissuta ai tragici eventi di Shibuya è ciò che gli permette di aggrapparsi a qualcosa per continuare a combattere con Mahito. La cosa che trovo commovente e affatto didascalica di questo momento è legato alla sua casualità. Nobara non sa che Mahito sta combattendo con Yuji e, di conseguenza, non agisce con l’intenzione di salvarlo, tantomeno di comunicare con lui. Nobara usa i suoi poteri per colpire Mahito nel momento in cui questo si sta scontrando con Yuji, ma questa è solo una fortunata contingenza. Il lato profondo della cosa, a mio avviso, è proprio legato a questo. Nei periodi di depressione o di malinconia più oscuri è sicuramente importante avere qualcuno che ci supporti e ci ascolti: queste sono tutte azioni che chi ci sta vicino decide intenzionalmente di compiere. Succede, però, che a volte si stringa un legame così stretto con le persone vicine che ci supportano che anche la loro presenza involontaria può essere una spinta per noi. Anche azioni che non sono state concepite come aiuti espliciti o missioni di soccorso possono avere un ruolo di supporto, nel momento in cui il legame con queste persone è sufficientemente saldo; questo perché, in qualche modo, possiamo riconoscere qualcosa di nostro nel modo in cui le persone con cui abbiamo un grande rapporto agiscono, anche se queste non sanno che siamo presenti. Il fatto che l’opera fosse riuscita a catturare un sentimento così preciso – che stavo vivendo in prima persona proprio in quelle settimane – e mi avesse aiutato a formalizzarlo ed elaborarlo, mi colpì molto. Allo stesso modo, rimasi folgorato da uno dei momenti successivi dello scontro tra Yuji e Mahito, dopo che anche Todo – stregone della scuola di Kyoto – si unisce alla lotta.

In qualche modo i poteri di Todo e quello di Mahito sono simili, dal momento che entrambi sono legati al tatto. Il Boogie Woogie di Todo, infatti, si attiva con il battito delle mani dell’utilizzatore: a ogni battito Todo può scambiare a suo piacimento la locazione di oggetti o persone, in un range spaziale limitato. Mahito, invece, possiede una tecnica maledetta che gli permette di modificare la forma dell’anima (e di conseguenza quella del corpo) del suo bersaglio toccandolo con le sue mani; più duraturo è il contatto, maggiore è la quantità di anima (e di corpo) che può modificare. In realtà a Mahito bastano pochi attimi per modificare sufficientemente una persona da ucciderla; è necessario, quindi, non essere toccati da lui. In un momento molto teso dello scontro, Todo perde una delle sue mani, dopo che questa viene toccata da Mahito; senza entrambe le mani, però, Todo non può più usare il suo Boogie Woogie per sfuggire al fortissimo potere dell’avversario.

Mahito corre verso Todo, facendo capire allo spettatore che per lui è finita, dal momento che non riuscirà mai a schivare l’attacco. In quel momento, però, il mood della scena cambia totalmente, passando dal drammatico al comico. Mentre Mahito corre verso lo stregone, infatti, il filo del pendente che Todo tiene al collo si rompe e cade a terra, rivelando due foto al suo interno: quella di Yuji e quella di Takada-chan, la idol altissima di cui Todo è un fan sfegatato. I colori della scena diventano luminosi e, improvvisamente, parte in sottofondo ClimaxJUMPING! canzone idol fittiziamente cantata proprio da Takada e composta da Mappa esclusivamente per questa scena. Inizia una scena all’internodella mente di Todo in cui lui stesso si immagina, insieme a Takada-chan, di malmenare Mahito. Nel momento più climatico della canzone, però, un vero colpo di genio. Takada e Todo hanno ormai sconfitto Mahito e – come in un vero evento di incontro tra idol e fan – i due si stringono la mano. Il montaggio ci riporta fuori dall’immaginazione di Todo, mentre Mahito sta allungando la sua mano per toccarlo e ucciderlo. Todo, in un palese stato di delirio, emula la scena con Takada, battendo velocemente la mano di Mahito in modo da usarla come base per il suo Boogie Woogie e sostituirsi a Yuji, che così può colpire il nemico con un Lampo Nero. Dal momento che il contatto con Mahito è durato pochissimi istanti, Todo riesce a subire un danno minimo, sopravvivendo.

Inutile dire che ciò che mi colpì di più della scena fu proprio questo improvviso cambio di registro che, in altri contesti, sarebbe apparso sgraziato e decisamente fuori luogo. L’idea che mi rimase in testa fu che, magari, ci fosse un lato comico all’interno del dramma oscuro di Jujutsu Kaisen che non ero mai riuscito a percepire per tante ragioni. Finita la seconda stagione di Jujutsu Kaisen rimasi incuriosito e decisi di avvicinarmi al manga, sia per continuare la storia che per rileggere ciò che avevo saltato. Proprio ora arriva il punto di questa riflessione. Quando approcciamo delle opere d’arte, tendiamo a valutarle: questo avviene sia che ci vogliamo avvicinare a prodotti che riteniamo di intrattenimento, sia in casi che consideriamo più “impegnati”. Valutare vuol dire incasellare e vuol dire anche sapere cosa dire su un’opera. Se un film non ci è piaciuto per dei motivi, probabilmente saranno proprio questi che tireremo fuori parlando con gli amici; parlare di qualcosa in un certo modo, a sua volta, porta a cristallizzare nella nostra testa certe opinioni. Non che ci sia niente di male, questo è un processo normale e – da un certo punto di vista – anche molto genuino di approcciare l’arte, dal momento che si lega all’atto di comunicare agli altri le nostre valutazioni. Il problema emerge nel momento in cui si prova a scorporare le nostre valutazioni dalle nostre esperienze personali e dal nostro vissuto. Un’idea molto comune – nata nel 1800 in un certo ramo della critica d’arte e poi diffusasi anche in contesti popolari – è che per valutare bene un’opera sia necessario non avere pregiudizi o tendenze personali. Per valutare bene qualcosa, insomma, dovremmo lavorare su noi stessi come degli anacoreti o dei Buddha, ripulendo il nostro animo dagli influssi e dai residui personali, in modo da accogliere l’opera nella sua pienezza. Questa idea è palesemente falsa: senza il nostro vissuto non riusciremmo ad apprezzare opera alcuna.

Per me, Jujutsu Kaisen è un esempio perfetto di quest’ultimo punto. Quando approcciai la prima volta Jujutsu Kaisen mi trovavo in una situazione di sicurezza emotiva e fioritura intellettuale: in quei mesi la mia vita non era scossa da grandi problemi e, al contrario, le cose si presentavano senza intoppi ai miei occhi. Avevo un’idea ben precisa di ciò che avrei voluto fare negli anni successivi, del ruolo sociale che avrei voluto avere e delle persone con cui avrei voluto passare i miei anni futuri. È chiaro come, in contesti emotivi simili, si possa avere una forma di cecità verso situazioni che si distaccano molto dalla tua situazione attuale. Nel momento in cui ho tentato un secondo approccio alla serie, tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, la situazione era assai diversa. In quel periodo mi ritrovavo, infatti, in una condizione di forte stress e di disorientamento; anticamera – ahimé – di una successiva crisi depressiva. La sensazione che provavo più frequentemente era uno svuotante senso di disfacimento, come se tutte le cose che avrei costruito fossero, strutturalmente, destinate a rompersi e tutte le imprese che avrei tentato andassero, inevitabilmente, verso il naufragio. Quando simili sentimenti si protraggono per mesi, questi iniziano anche a invadere altri elementi della tua vita quotidiana. La mancanza di un ruolo sociale ben definito o di affetti e amori cari vicino a me si proiettavano, quindi, anche sul mio stile di vita come delle infezioni trascurate. Il risultato era un senso di inutilità complessivo. Ogni impegno – dalla scrittura di un articolo allo smuovermi, banalmente, giù dal letto – era colorato di disgusto; anche azioni semplici mi sembravano sbagliate e indegne di essere eseguite, se fatte da me. Probabilmente, se non mi fossi trovato in quella situazione, non avrei mai notato i lati che, poi, mi avrebbero appassionato e coinvolto di Jujutsu Kaisen.

Chiariamo, qui non dico solo che c’era una risonanza “spirituale” tra me e l’opera, ma che il mio stato d’animo orientava e comandava la mia percezione e i miei pensieri, permettendomi di dare senso a tanti elementi dell’opera che, fino all’anno precedente, ritenevo poco rilevanti o superficiali.
Proprio il fatto di non essere una tabula rasa, di avere certe emozioni e certi pregiudizi mi permetteva, qui, di scoprire nuove strutture e nuove forme espressive. La mia Jujutsu Kaisen renaissance è passata, in primo luogo, dai personaggi e dalla loro psicologia. Quegli stessi personaggi, infatti, che trovavo vuoti e con “poco cuore”, rivelavano ora dei lati inediti.
Nel dramma di Jujutsu Kaisen, tutti gli attori principali sono anime senza vere direzioni e ragioni per vivere; nonostante questo, si trovano comunque costretti a proseguire nella loro lotta con le maledizioni. Nelle prime battute dell’opera, Yuji si ritrova a vivere direttamente l’esperienza della morte di suo nonno – unico membro della sua famiglia e unica figura genitoriale nella sua vita.

L’esperienza del lutto viene associata a un interrogativo a cui Yuji si trova costretto a riflettere, nonostante la sua giovane età: cosa vuol dire morire nel modo giusto? La storia di Yuji Itadori, che si articola per tutto Jujutsu Kaisen, è un percorso in cui il protagonista prova a rispondere a questa domanda. Una risposta immediata Yuji riesce a trovarla proprio nel suo rapporto con Sukuna, stregone leggendario che continua a sopravvivere nei millenni dopo aver diviso il proprio animo in venti feticci – che altro non sono se non le sue dita mummificate. I feticci sono, in linea di principio, indistruttibili; l’unico modo per esorcizzare definitivamente Sukuna è far ingerire tutti e venti i feticci a un unico individuo, in modo che lui possa reincarnarsi ed essere ucciso assieme al corpo del contenitore. Il problema è che i feticci sono anche un veleno mortale: quasi nessuno ha, infatti, il metabolismo adatto che permetta di integrare le dita di Sukuna all’interno del proprio corpo. Per pura contingenza, Yuji, dotato di un corpo straordinario, è una delle rarissime persone che può sopravvivere al veleno dei feticci e – di conseguenza – diventare un contenitore per la reincarnazione di Sukuna. È in questo fatto che Yuji trova una prima risposta alla domanda lasciata dalla morte del nonno. Morire in modo giusto è morire facendo qualcosa che solo noi possiamo fare, svolgendo un ruolo in un disegno che è più grande di noi. Nel caso di Yuji, morire nel modo giusto è morire insieme a Sukuna, dal momento che nessun altro può fare una cosa simile. Ma è davvero la risposta esatta? E, in particolare, esiste davvero un modo giusto di morire?

È chiaro come questi interrogativi si leghino in modo indissolubile a domande di tipo esistenziale, che riguardano il nostro ruolo all’interno del mondo. Proprio come Yuji, anche gli altri personaggi declinano questa ricerca di senso in modi differenti. Megumi Fushiguro, consumato dai sensi di colpa, combatte perennemente con uno stato depressivo costante, approcciando gli scontri con uno spirito suicida. Satoru Gojo, nella sua genialità, si ritrova a vivere in uno stato di totale isolamento rispetto a tutti gli altri, iniziando a non trovare alcun senso nel potere. Maki Zen’in deve trovare un nuovo senso alla sua vita staccandosi dalle oppressive e tentacolari tradizioni del suo clan di nascita.

Più si entra dentro Jujutsu Kaisen, più si nota come la ricerca di senso – intesa qua come ricerca di convinzioni per vivere – sia il punto intorno a cui si articolano le varie vicende. Uno dei lati più drammatici dell’opera, infatti, nasce proprio nel momento in cui i personaggi si ritrovano costretti a lottare e ad andare avanti, seppur non ci siano vere e proprie ragioni per farlo. In questo senso, Jujutsu Kaisen può essere inteso come un vero e proprio corpo a corpo con la morte. Compreso questo punto, mi è diventato subito chiaro perché avessi trovato così commovente ed espressiva la scena a cui facevo riferimento qualche pagina addietro, nello scontro tra Yuji e Mahito. Se il mio stato d’animo non avesse risuonato con una situazione simile, probabilmente non sarei mai riuscito a giustificare o a trovare un senso profondo in una scena apparentemente banale.

Credo però che Jujutsu Kaisen non sia stato solo questo, una storia “tematica” sul rapporto tra senso e morte. Il dramma nichilista presentato dal manga, infatti, mi ha portato a riflettere su varie questioni espressive, che possiamo trovare rispecchiate nella seconda scena che ho descritto, ovvero quella dello scontro tra Todo e Mahito. Per come ne ho parlato finora, Jujutsu Kaisen potrebbe essere interpretata come un’opera grave e prettamente oscura, in cui la ricerca di un impegno sociale o personale ha un ruolo cardinale che si estende per tutta la narrazione. In parte è vero, però non del tutto. Ciò che è sorprendente dell’opera di Gege Akutami, infatti, è proprio come l’autore decida di risolvere questi drammi esistenziali, che normalmente richiederebbero un’approfondita riflessione teorica e filosofica. La risposta che Jujutsu Kaisen dà a questi problemi, infatti, passa proprio dal concetto di superfluo. Ciò che ci dà la convinzione di continuare a vivere, che dà senso alla vita di un individuo per Akutami, non è l’eroismo implicito allo svolgimento di un ruolo importante o il riconoscimento sociale della propria utilità pubblica, ma è radicato in elementi inutili. Durante lo svolgimento dell’opera i vari personaggi trovano, infatti, un senso nella loro vita facendo pratica diretta di cose che, normalmente, riterremmo totalmente inutili.

Yuji riflette sul senso della morte facendo una passeggiata nei luoghi della sua infanzia, proprio durante lo scontro con Sukuna. Megumi viene a patti con le sue colpe continuando a lottare con i suoi compagni, ridendo fino alle lacrime nel momento in cui scopre quale fu la sorte di suo padre. Maki – in uno dei momenti più belli e poetici dell’intera serie – comprende il concetto di libertà iniziando a praticare il sumo e comprendendo il denso valore simbolico che si ritrova nel momento in cui ci si incontra sul dohyō. In qualche modo, nella storia sembrano risuonare delle idee che non sono così distanti da alcuni precetti del buddhismo zen. In qualsiasi contesto, anche se non saremo mai sicuri di raggiungere la buddhità, ciò che conta è continuare a praticare zazen – la meditazione da seduti secondo rituali tradizionali. Fare zazen è qualcosa di inutile per la nostra vita, di superfluo. Ciò che si deve continuare a fare, però, è comunque continuare a fare zazen.Si noti che questo appello alla pratica non è una forma di fatalismo o un richiamo al potere trasformativo della preghiera; al contrario, quella che ritroviamo è una forma di anti-intellettualismo, in cui viene riconosciuta la complessità del nostro corpo e del nostro animo, sui quali abbiamo solo parzialmente potere. Si fa zazen, nonostante tutto, perché riconosciamo che dentro di noi c’è qualcosa di nascosto, a cui non abbiamo accesso, che continua a lavorare e a costituire il nostro corpo, che lo vogliamo o meno. Non è un caso che questa enfasi sulla natura complessa della corporeità sia un altro dei temi centrali di Jujutsu Kaisen, proprio partendo dal rapporto tra Yuji e Sukuna. In ogni caso, è proprio questo legame con l’azione e il superfluo che, a mio parere, rende Jujutsu Kaisen un manga espressivamente molto più complesso di quello che si potrebbe pensare. Questo rapporto tra necessario e superfluo, infatti, è rispecchiato proprio dai mood narrativi dell’opera, in cui il dramma e la comicità, la tensione e il gioco, si mischiano continuamente, tanto da sembrare impossibili da scindere in modo netto. In qualche modo, questa duplice natura dell’opera è proprio catturata dalla nuova sigla della terza stagione, AIZO (愛憎), in cui il titolo stesso fa riferimento all’intreccio paradossale di una relazione di amore e odio. Tuttora, ritengo che sviscerare questa dialettica espressiva sia uno dei lavori più difficili da fare in una potenziale analisi dell’opera e una delle cose più difficili da cogliere, in quanto spettatore e lettore.

Chiudo questa riflessione proprio facendo riferimento al problema delle valutazioni. Come dicevo, quella valutativa è una forma naturale e molto genuina di approccio alle opere d’arte, di ogni genere. Ciò che dobbiamo sempre tenere a mente è evitare l’ottusità delle catalogazioni, scorporando ciò che guardiamo con cui ci relazionamo dalla nostra personalità e dai nostri stati d’animo. “Snaturare qualcosa con l’analisi” non è qualcosa che avviene nel momento in cui sezioniamo un’opera per capirne i meccanismi, ma si verifica, casomai, quando astraiamo questi meccanismi dall’effetto che hanno avuto e che potrebbero avere su di noi. La nostra percezione e il nostro gusto altro non sono che intrecci complessi, che lavorano in modo dinamico con ciò che approcciano. Dimenticarsi di questo vuol dire rinunciare a scoprire nuove strutture di senso e a sorprendersi nel nostro rapporto con l’arte. Per questo motivo è importante abbandonare vecchi pregiudizi – per quanto solidi – in momenti diversi della nostra vita per riscoprire cose che un tempo abbiamo ritenuto infelici oppure per notare sotto una nuova luce opere che ci sembravano straordinarie, seppur tutto questo lavoro possa sembrarci inutile.

Pensare che nel superfluo non ci sia una occasione per vivere nuove esperienze, però, è qualcosa che crederebbe chi non ha nemmeno capito Jujutsu Kaisen.

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