Dorohedoro: ciclicità e rottura

Contesto editoriale

All’inizio del ventunesimo secolo in Giappone il settore dei manga gode di una produzione di opere florida e variegata. Molti artisti, a partire dalla fine degli anni Quaranta hanno studiato questo medium dando vita a storie che hanno ispirato le generazioni successive. Nonostante alcuni archetipi e stratagemmi narrativi stessero pian piano diventando una struttura collaudata e solida di molte storie dell’epoca, diversi mangaka hanno continuato a sperimentare le possibilità e i limiti di questo medium che inizia a diventare sempre più popolare. Per dare una casa a questi autori, la casa editrice Shōgakukan ha lanciato nel 2000 la rivista Spirits Zōkan Ikki (スピリッツ増刊IKKI), una pubblicazione bimestrale che nell’aprile del 2003 è diventata a cadenza mensile. Shiroikumo (しろいくも, “Nuvole bianche”) di Hisae Iwaoka, Nambaa Faibu (ナンバーファイブ吾, Number 5) di Taiyō Matsumoto e LA QUINTA CAMERA – Gobanme no heya (LA QUINTA CAMERA~5番目の部屋, “La quinta camera”) di Natsume Ono sono solo alcuni esempi delle opere pubblicate in questa rivista: tutti manga diversi tra loro accomunati dalla voglia dei loro autori di esplorare questa forma artistica. Ikki diventa quindi un punto di riferimento per chi cerca storie alternative, sia di autori con esperienza che alle prime pubblicazioni. Tra questi ultimi è doveroso ricordare Q Hayashida, che con il suo Dorohedoro (ドロヘドロ, Dorohedoro) accompagnerà la rivista fino alla sua chiusura avvenuta nel 2014, per poi essere trasferita prima su Hibana (ヒバナ, Hibana) e successivamente su Gekkan Shōnen Sandē (月刊少年サンデー, Monthly Shōnen Sunday) fino alla conclusione avvenuta nel 2018 con il volume 23. Nonostante la storia editoriale travagliata, Dorohedoro è diventato il manga più celebre di Q Hayashida e a seguito della sua popolarità ha ricevuto una trasposizione animata, realizzata dallo studio MAPPA.

La storia

Dorohedoro mostra fin da subito una divisione geografica e sociale ben strutturata. Possiamo infatti facilmente dividere i personaggi della storia in umani, stregoni e demoni, che vivono ognuno su un proprio piano dimensionale: i primi ad Hole, i secondi nel mondo degli stregoni e gli ultimi all’Inferno. Questi tre mondi non sono separati ma dialogano tra loro, permettendo il passaggio dall’uno all’altro (per esempio, gli stregoni possono entrare a piacimento ad Hole tramite delle porte che creano con i loro poteri). I tre macro gruppi di personaggi sono apparentemente organizzati in una piramide gerarchica dove al vertice troviamo i demoni, percepiti come entità quasi divine, a seguire gli stregoni, che con l’uso della loro magia riescono a porsi nel mezzo, e alla base gli umani, costretti a fare da cavie per gli allenamenti degli stregoni. Nonostante questi ruoli sembrino definiti, sono strettamente interconnessi: è possibile infatti che uno stregone diventi demone o che un umano riesca ad utilizzare la magia. Queste tre categorie convergono nei due principali protagonisti di Dorohedoro: Kaiman, un umano che ha perso la memoria e che a causa della maledizione di uno stregone misterioso ha sviluppato un volto da rettile, e Nikaido, amica di Kaiman e stregone a sua insaputa, che diventerà un demone verso la fine della storia. È proprio la maledizione che ha colpito Kaiman a fungere da innesco narrativo per lo svolgersi degli eventi.

Il manga infatti comincia nel pieno dell’azione, capovolgendo sin da subito l’ordine gerarchico presentato poc’anzi. Kaiman e Nikaido (che fino a quando non si scoprirà essere uno stregone sarà rappresentante degli umani) stanno dando la caccia agli stregoni per trovare chi ha maledetto Kaiman. La modalità con cui i due si accertano di aver trovato o meno lo stregone che stanno cercando è indubbiamente degna di interesse poiché ci offre una chiave di lettura per analizzare e comprendere la natura di Kaiman: mordendo per intero la testa degli stregoni, questi ultimi si troveranno faccia a faccia con una persona che proviene dall’interno della bocca da lucertola e che sarà in grado di distinguere o meno lo stregone che ha lanciato la maledizione. Questo metodo di verifica mostra sin dalle prime pagine che ciò contro cui Kaiman combatte non sono altro che i pensieri negativi e le preoccupazioni che lo perseguitano, sul suo passato e sulla sua vera identità. Per tutta la durata della storia non sono infatti presenti dei veri e propri antagonisti che hanno il preciso intento di fermare le azioni del protagonista: tutti perseguono i propri obiettivi, incrociando il cammino con gli altri personaggi della storia. L’assenza di una reale entità che possa considerarsi opposta al protagonista pone ancora più sotto i riflettori lo scopo di Kaiman di tornare ad essere la persona che non ricorda di essere mai stato. È proprio da questo tormento interiore che possiamo partire per affrontare un discorso più ampio: l’influenza del buddismo su Dorohedoro.

Filosofie e simbolismi

L’intera storia di Dorohedoro è permeata da riferimenti e valori filosofici. In particolare, è ricorrente e lampante il continuo rimando al rapporto che intercorre tra vita e morte. Come affermava anche lo studioso e filosofo Masao Abe, questi non sono le due estremità di una retta che inizia e finisce, ma due condizioni che viaggiano di pari passo1. Questo concetto buddista è apertamente espresso attraverso il personaggio di Shin, che nel primo volume parla dell’imprevedibilità della morte, che può sopraggiungere all’improvviso. È interessante che ad esprimere questa ideologia basata sull’assenza di confini ben marcati sia proprio Shin: un personaggio che esce dagli schemi finora proposti, essendo per metà umano e per metà stregone. Tutto questo si ricollega inoltre al suo potere, che gli permette di fare le persone a fette lasciandole però in vita, accostando quindi una condizione fisica di morte ad una senziente di vita.

Un altro punto di incontro tra questi due stati lo troviamo in Kaiman. Come scopriremo nel corso della storia, Kaiman possiede più teste che si alternano automaticamente ogni volta che una viene mozzata2. Di conseguenza possiamo ritrovare in Kaiman il concetto di samsāra: come il buddista vuole liberarsi del ciclo continuo di vita e morte col raggiungimento del nirvāna, anche Kaiman vuole liberarsi della sua condizione. Ci riesce soltanto nelle battute finali del manga, lasciando intendere che questa liberazione fosse il suo unico obiettivo quando rifiuta la proposta di Risu che gli propone di riacquisire il suo volto umano. Anche se Kaiman riesce a vincere la sua battaglia personale, la ciclicità all’interno dell’opera non viene mai totalmente spezzata: il potente demone Chidaruma infatti rinasce come essere umano, andando ad abbattere la verticalità della gerarchia tra le razze presentata all’inizio della storia e rafforzando l’interconnessione tra esse. La verticalità delle gerarchie viene messa in discussione e ribaltata anche in altri momenti, ad esempio quando i membri della famiglia di En devono decidere chi tra loro mandare nel covo nemico per ottenere informazioni sul loro capo: viene scelto Fujita, l’anello più debole della famiglia, non perché sia sacrificabile ma perché essendo di natura un fifone è l’unico a simboleggiare il concetto taoista del wu wei del non-agire3.

Avendo introdotto i concetti di samsāra e nirvāna è inevitabile ricollegarsi anche a quello di trasformazione, dato che “trasformazione nel buddismo vuol dire passaggio da un’esistenza vincolata al samsāra ad un’esistenza liberata dal samsāra, come ad esempio nel nirvāna”4. Molti dei poteri presenti all’interno del manga sono di tipo trasformativo, come per esempio quello di Shin citato precedentemente. La trasformazione è importante in Dorohedoro perché è un’azione che permette il passaggio da uno stato all’altro, condizione indispensabile per evitare la staticità e favorire tutte quelle interconnessioni prese in analisi.

Un ultimo punto da citare, ed è forse quello che più salta all’occhio nei disegni, è quello delle maschere. Nella cham, una danza praticata nel buddismo tibetano, si fa uso di maschere ritraenti animali, demoni, divinità e scheletri. L’aspetto feroce delle maschere non ha lo scopo di tenere lontani i demoni, ma vuole spaventare i nostri nemici interiori, come l’avidità, l’odio, l’ignoranza e l’egoismo. Le maschere degli stregoni in Dorohedoro, come quelle della cham, non vogliono essere un repellente per i demoni5. L’aspetto che invece vede le maschere come strumento per affrontare i nemici interiori ci riporta a Kaiman e al suo conflitto iniziale: la testa da lucertola di Kaiman risulta a tutti gli effetti una maschera del Kaiman umano6, mentre la maschera antigas diventa rappresentativa del breve momento in cui è diventato uno stregone. Ci sono molti momenti in cui queste due maschere sono “indossate” contemporaneamente, ma quello più carico di significato è forse l’epilogo: capitolo in cui in ogni vignetta dove è presente Kaiman viene raffigurato con entrambe le maschere, sovrapposizione che sembra quasi simboleggiare la rottura dei confini che separavano umani, stregoni e demoni.

Conclusione

Dorohedoro di Q Hayashida propone una storia ambivalente: di rottura, ma anche segnata da una ciclicità inarrestabile. Attraverso la frattura dei confini tra umani, stregoni e demoni, il manga incarna lo spirito e i valori della rivista Ikki, di cui si faceva portatrice come spazio di sperimentazione e trasformazione continua. I riferimenti a concetti appartenenti a filosofie buddiste e taoiste sono inseriti nella storia in maniera naturale, e la arricchiscono proponendo al lettore chiavi di lettura alternative per interpretare azioni e condizioni dei personaggi del manga.

1 Abe Masao , “Transformation in Buddhism”, in Buddhist-Christian Studies, Vol. 6, 1987, pp. 5-7.

2 Q Hayashida ammicca a questa possibilità del protagonista già all’inizio della storia: durante le prime ricerche di Kaiman e Nikaido, si ritrovano a seguire le tracce di un possibile stregone nel Bar Kannon, in cima a cui è presente la statua di Kannon dalle mille braccia e dagli undici volti.

3 Una non-azione che non implica il non fare nulla, ma il compiere azioni “senza sforzi”.

4 Abe Masao , “Transformation in Buddhism”, in Buddhist-Christian Studies, Vol. 6, 1987, pp. 7.

5 D’altronde, come ci viene minuziosamente illustrato nel capitolo extra del quinto volume, sono proprio i demoni produrle.

6 All’inizio del quinto volume viene anche scambiata per una maschera.

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