Holly Heuser è fumettista e illustratrice. Ha pubblicato per Agenzia X Milano emotiva. Diario illustrato di psicogeografia urlata (2022) e per Eris Edizioni Cold Prison (2024).
In questa intervista esploreremo il rapporto dell’autrice con la letteratura, da sempre fondamentale per lei nella sua vita e nei suoi lavori, osservando come due forme artistiche diverse si compenetrino anche senza sfiorarsi.
Per cominciare, e prima di arrivare a domande un po’ più specifiche, ti faccio una domanda generale che può aiutare a inquadrare il tuo percorso in rapporto con la letteratura. La letteratura sembra essere una parte fondamentale della tua vita. Quando e come è nata questa passione? Quali sono le tue maggiori influenze letterarie?
Quando avevo sei anni non sopportavo la mancanza di serietà della gente. I libri sono diventati subito i miei unici amici. Mi sono trovata a autosomministrarmi romanzi per adulti a 10 anni e a nascondermi nel cespuglio in giardino leggendo il vocabolario quando i miei onesti genitori cercavano di costringermi a socializzare. Quindi direi che la mia passione per la letteratura nasce dalla mia innata inettitudine alle relazioni umane.
Le mie influenze letterarie le divido in fasi.
Fase infantile: Roald Dahl, con quella crudeltà inglese elegante e le vicende obrobriose in stile Grimm, perfetto per i giovani cervelli.
Fase adolescenziale: Terry Pratchett, un colosso indescrivibile. Da fuori il suo oeuvre sembra “fantasy” ma ti dico che è un Mandelbrot di citazioni da Shakespeare a Star Wars dentro un world-building preciso, divertente e morale. La cinquantina di romanzi ambientati nel suo Mondo Disco contengono talmente tanti riferimenti storici e culturali che grazie a quelli sono riuscita a di improvvisare erudizione fino alla laurea.
Fase adulta: William Burroughs. Che dire?
Come pensi che la letteratura abbia contribuito a costruire la tua scrittura per il fumetto?
La letteratura è stata il mio corridoio verso le graphic novel, quindi dal punto di vista tecnico ho saltato l’educazione “splash gulp bang” della scrittura di fumetti. Mi colloco come outsider del fumetto, non l’ho studiato.
Quando leggevo Le città della notte rossa di Burroughs mi sembrava di leggere un fumetto fatto di carne e oppio tropicale. Ho capito che il mio lavoro è portare quella sensazione letteraria di frantumazione della realtà sulla carta con la penna e l’inchiostro.

Arriviamo a Cold Prison. Ho letto questo fumetto diverse volte e ogni volta lo associo sempre di più a Mindplayers di Pat Cadigan, un bellissimo romanzo cyberpunk di una grande autrice, dove i viaggi della protagonista più che essere fisici sono mentali. Inoltre, nel tuo fumetto ci sono pagine in particolare che richiamano i temi, visivi e teorici, del cyberpunk (mani meccanizzate, la protagonista che dorme con tubi attaccati alla testa o, ancora, la fine del “desiderio per la carne” e la libertà conseguente). Questa corrente della fantascienza ha effettivamente influito sulla realizzazione di Cold Prison?
Grazie per aver letto e riletto Cold Prison. Non conosco Pat Cadigan ma mi riconosco in quello che hai scritto: i viaggi mentali, lo spazio mentale. L’idea di come mi sentirei io personalmente in quel futuro freddo. Come mi sentirei a innamorarmi di un’IA? Come mi sentirei a dover decidere il destino di orde di umani? Questi scenari mentali, emotivi, sono il ponte tra il il presente in cui scrivo e il futuro che descrivo. Quindi fantascienza emotiva.
Due riferimenti: il film Her, dove i dettagli tecnologici sono in secondo piano e il fulcro della storia sono le emozioni dei due personaggi. Poi il film Melancholia, dove il lato scientifico dello scontro dei pianeti è soltanto accennato, e tutto si concentra sullo stato mentale delle due sorelle umane. Sto capendo adesso che Melancholia è stato il riferimento principale per Cold Prison, mi ha influenzato veramente tanto. Per quanto riguarda le mani meccanizzate e i tubi in testa, sono solo riflessioni sull’amore che provo per Grimes, per Matrix e Animatrix, per il Prof Bad Trip e per Neuromante.
Rimanendo sul cyberpunk, ma facendo un salto ulteriore, i temi del lavoro come meccanismo socioemotivo e della dissoluzione dell’io risuonano prepotenti in Cold Prison. Quanto il tuo vissuto ha contribuito allo sviluppo di queste tematiche? È stato preponderante nel processo di scrittura e disegno?
È arrivata da sola l’idea: spingere “sex work is work” fino a “death work is work”, immaginando il mio personaggio che fa il lavoro più spaventoso di tutti, cioè il carceriere.
Ho subito capito che dovevo esplorare l’idea da quanto mi faceva venire la nausea.
Il lavoro è un tema gigantesco in questi anni Venti: il lavorismo protestante neoliberale, l’antilavorismo del lusso comunista pienamente automatizzato, Onlyfans, il lavoro che nobilita l’uomo, il lavoro che rende liberi. Tutti questi concetti mi hanno influenzato.
È nato questo personaggio paradossale che va a fare il contrario esatto di quello che io vorrei per la mia vita. Ho sentito disgusto nel ritrarre l’istituzione violenta ma vivere la tragedia poetica e politica del personaggio è stato un viaggio memorabile.
Il mio vissuto non ha influenzato molto la scrittura perché sono erede di una ferrovia privata austriaca e quello sarà il mio day-job fino alla mia morte.
Cold Prison mi è sembrato un fumetto “esoterico”: ti porta a seguire una storia che diventa solo un mezzo per cambiare la propria prospettiva delle cose e, in qualche modo, elevarsi verso un nuovo tipo di comprensione sulla vita. La protagonista all’inizio dice “come sopra, come sotto”, il famoso assioma di Ermete Trismegisto, si porta dietro un simbolo di due cuori intrecciati (una sorta di glifo alchemico) e le voci che popolano le pagine parlano spesso di un “libro magico”. In questo senso, come sei riuscita a unire l’anima di Sylvia Plath, di Philip K. Dick e di William Butler Yeats alla tua voce in questo libro?
Ti ringrazio per questi collegamenti che mi lusingano.
Il riferimento principale qui è il megaromanzo The Illuminatus! Trilogy di Robert Anton Wilson e Robert Shea. Questo libro mi ha aiutato a giostrarmi nel sottobosco degli studi esoterici che capita di fare su internet. La magia è affascinante, il problema è che funziona. Ci sono vari pericoli millenari facili da incontrare e quel romanzo fa da guida sardonica e salvifica.
Sylvia Plath ci ha regalato la sua anima, sotto forma di libro. Philip K Dick ha speso ogni suo neurone per la sua esegesi e gli altri sessantanove romanzi. Il libro è una tecnologia che dura da qualche millennio, e certa gente usa questa tecnologia per tenersi in vita. Per me il libro è sempre stato magico. E tu mi dici Sylvia Plath e io ti rispondo: sí. Per certe persone non c’è nessuna vita al di fuori dei libri. Come Emily Dickinson. Anche Burroughs usava i libri per tenersi in vita.
Tra tutti i modi di campare sul pianeta terra direi che è uno dei meno offensivi.

In Cold Prison c’è un lavoro linguistico notevole, tra poesia e scrittura automatica. Hai sentito che era la forma più adatta di scrittura per un fumetto come questo oppure è stata una cosa nata naturalmente, senza un’intenzione a monte?
È nata in modo naturale, a braccio. Ho pensato a William Burroughs e ho lasciato che le immagini violente mi passassero attraverso. Posizionavo la mano sul foglio e lasciavo che uscisse il mostro con le chele e la scolopendra che mi mangia da dentro.
Meno pensavo e più riuscivo a scrivere per Cold Prison. Non consiglio questo metodo ma è andata così.
Per me significa molto, che dopo due anni dall’uscita, siamo ancora qui a parlare di questo fumetto, per molteplici ragioni. Cosa ti fa capire di star leggendo un libro importante e cosa ti rimane dopo la lettura?
Quando sento nausea, agitazione, palpitazioni, sudore freddo e/o eccitazione spirituale, capisco che sto leggendo un libro importante. Dopo la lettura mi rimane un corridoio fresco e inesplorato in testa, che si estende verso nuove stanze.
I tempi letterari per fortuna non sono uguali ai tempi lavorativi di città o ai tempi supersonici dei social media. Sono lunghi e incontrollabili. L’unica cosa che posso fare come autore è impegnarmi a mettere fuori qualcosa che esiste a prescindere dai tempi cattivi e cannibali della rat-race dell’apparenza, dei trend e dell’inaffidabile hype.
La lentezza dei tempi letterari è salvifica.
Traduttore dal giapponese e ricercatore indipendente. Ha tradotto e traduce per Coconino Press, In Your Face Comix, Musubi Edizioni, Canicola Edizioni e Atmosphere Libri. Si occupa prevalentemente di critica fumettistica e cinematografica e ha scritto per diverse pubblicazioni cartacee e online (Manga Academica, Lo Spazio Bianco, L’indiscreto, Asian Feast tra le altre). Per Weird Books ha pubblicato il libro “Punk e cyberpunk nel cinema giapponese. Visioni ibride di carne e metallo” (2024).

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