Il buio è nostro amico: intervista a Dario Panzeri

Il lavoro di Dario Panzeri, pittore e fumettista, è sempre stato diretto verso il tentativo di fare ordine nel caos magmatico della vita.
Il tratto e le figure di Panzeri, così espressivi nel comunicare l’emotività vibrante che li anima e l’aura decadente che li circonda, “muovono” il lettore, lo scuotono dal fin troppo usuale torpore passivo della fruizione delle immagini per riportarlo alla realtà grazie allo stupore, al terrore, al desiderio e all’euforia, sentimenti umanissimi e spesso sepolti sotto cumuli di indifferenza. Le immagini dell’autore sono e saranno sempre una sfida rivolta a chi le osserva.
Per descrivere questa sensazione, si deve necessariamente prendere le parole di Victor Hugo che, parlando di Shakespeare, riassume bene ciò si prova a guardare i lavori di Panzeri: “Egli si ostina a quell’abisso che attira, in quel sondaggio dell’inesplorato, in quella noncuranza della terra e della vita, in quell’entrare nel proibito, in quello sforzo per toccare l’impalpabile, in quello sguardo sull’invisibile, ci rivà, ci ritorna, vi si affaccia, vi si sporge, fa un passo, poi due, ed è così che si penetra nell’impenetrabile, ed è così che si va nell’allargarsi senza limiti della condizione infinita.”

Parto con una domanda di rito: quando ti sei interessato al disegno e quando hai capito, invece, che volevi renderlo una professione?

Mi sono interessato al disegno da bambino e non ho mai smesso. Poi, per quanto riguarda il volerne fare una professione, beh… maledico quel momento, perché è da lì che disegnare ha smesso di divertirmi.

Il fumetto sembra essere solo una delle tante direzioni del tuo lavoro artistico, tanto che non è un caso che tendi spesso a lavorare su tavole di grande formato e narrazioni dilatate, dove le immagini superano e annientano le parole. Ci sono dei motivi dietro a queste scelte o è un semplice istinto naturale?

Considero il fumetto un tramite tra ciò che vorrei fare e ciò che so fare. Ho pubblicato due libri. Un fumetto in bianco e nero ambientato tra rami e pipistrelli e una sorta di diario illustrato sull’11 settembre 2001. Ci sono tante cose in quei due libri che oggi rifarei in modo diverso, soprattutto riguardo la mera impaginazione, che reputo maggiormente figlia di un senso cinematografico più che fumettistico… Mi riferisco appunto ai tempi e alle dimensioni che ho adottato. Ma non mi fraintendere, ad oggi sono fiero delle mie pubblicazioni, delle mie copertine e dei miei titoli.

Le tue opere sembrano muoversi lungo due direttive: l’analisi di un “mostro” e la costruzione/distruzione dell’icona-mito, due macrotematiche che coinvolgono suggestioni popolari e ossessioni personali. Cosa scatena l’interesse di costruire narrazioni che sostengano questi argomenti così complessi?

Che domanda difficile. Non saprei, credo l’immedesimazione. Ai tempi della mia giovinezza folle e drogata, ricordo, per esempio, lo sguardo attonito di un mio amico quando gli confessai che credevo di essere le Torri Gemelle. Non ho idea di come funzioni per gli altri autori, ma per quanto mi riguarda mi conviene parlare solo delle cose che conosco, che mi ossessionano, che mi rappresentano. Una volta il mio analista mi disse: le tue passioni sono tutte ingombranti… (già!)

A proposito di mostri, il tuo blog Il Regno Dei Mostri è un fantastico scorcio dentro le tue passioni, ma anche uno squarcio su storie illustrate dal carattere quasi autobiografico. Quando è nato “Il regno dei mostri” e perché hai sentito l’esigenza di crearlo?

Hai assolutamente ragione quando parli di esigenza. Ho iniziato a redigere Il Regno Dei Mostri a seguito di un bisogno disperato di fare ordine nella mia vita, ma adesso è fermo, per un motivo preciso: vedi, Il Regno dei Mostri è di fatto lo scrigno dei miei segreti e questi, in ordine o in disordine, andranno svelati alla fine.

Sei stato uno degli autori di punta all’interno di Progetto Stigma, un’idea editoriale nata per volontà di Akab che ha scosso le fondamenta del fumetto italiano nel 2018 e ha portato alla luce alcuni dei fumetti italiani più belli degli ultimi anni. Come sei stato coinvolto nel progetto?

Io ed Akab ci siamo conosciuti ai tempi dello Shok Studio, perché volevo farne parte, e da quel momento lui non ha mai smesso di coinvolgermi in progetti personali o collettivi. Penso di essere stato uno dei primissimi tenuto al corrente di quel potenziale progetto denominato Stigma che si faceva largo nella sua mente. La mia riconoscenza nei suoi confronti è e rimarrà altissima. Mi manca molto Akab, mi manca la sua dirompenza.

Perso Nel Bosco, tuo fumetto d’esordio per Progetto Stigma, è fondamentalmente una storia di Batman, ma più che una decostruzione è una ricostruzione del personaggio, un tentativo di ricomporre i pezzi di una personalità frantumata. Come è stata la gestazione dell’opera e come sei arrivato al risultato finale?

La pubblicazione di Perso Nel Bosco è stata un’esperienza di assoluta angoscia e disperazione. Per diversi mesi dopo la sua uscita mi ero convinto di essere solo un impostore e che quel lavoro non mi rappresentasse per niente. Oggi le cose sono molto diverse, lo considero uno tra i fumetti più importanti del nostro tempo, ma non perché è mio… Sono convinto che PNB stia a Batman allo stesso modo per cui Nosferatu sta a Dracula.

Il tuo interesse per i supereroi comunque è ben evidente, anche nelle illustrazioni e nei dipinti che realizzi. Da dove nasce questo interesse e quali sono in generale le letture a fumetti che ti hanno formato?

La risposta a questa domanda è talmente ampia e variegata da giustificare appunto la creazione di un luogo chiamato Il Regno Dei Mostri con una sua mappa geografica apposita. Ho sempre avuto un debole per i freak, per gli antieroi, che siano essi personali, reali o immaginari. Da che ho memoria ho sempre subito il fascino dei cattivi, specialmente se romantici e in tinte di nero.

Undici, il tuo successivo libro, è un artbook che si concentra sull’11 settembre 2001 ma procede diventando un lavoro estremamente personale, con premesse rigorose e un finale sconvolgente. Cosa resta oggi, secondo te, dell’11 settembre, nell’immaginario collettivo, nell’arte e nel modo di approcciarsi a questi ambiti?

Credo che tutto quello che c’è da sapere su questo secolo in corso è già stato perfettamente descritto e riassunto negli eventi di quell’11 settembre 2001 (e questo vale anche per i complottisti). L’autolesionismo del mondo, la spettacolarizzazione della morte e del dolore, l’incapacità di distinguere la realtà dalla finzione. “Ammirate la grandiosità della nostra distruzione, non ci fa più paura nemmeno il giudizio divino”. Abbiamo accettato di essere i mostri che siamo e non ci stancheranno mai le scene nei cinema con le città che cadono, le folle che scappano terrorizzate e la polvere che prima o poi le raggiungerà. Come nella sigla di Devilman Crybaby MAN-HUMAN credo che l’umanità sia sempre stretta nel trattino che separa quelle due parole.

Non ti chiedo se stai lavorando a qualcosa per il futuro, preferisco invece chiederti: avresti voluto realizzare qualcosa in passato e per vari motivi non è stato possibile?

Ci sono tantissime cose che ancora voglio fare, progetti che non sono mai stati nemmeno poi così segreti. Riguardo a cose mai fatte? Eheh… intorno ai 18 anni mi ero fissato sul voler fare un fumetto ispirato a un mini racconto di Bret Easton Ellis intitolato The Secrets Of Summer con protagonista un Brad Pitt vampiro violentissimo… forse ho ancora qualche bozza da qualche parte.

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